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09.11.2009. LA GUERRA IN EUROPA NON ? IMPOSSIBILE

1. QUEST’ANNO CADONO, QUASI PER MAGICA
combinazione, gli anniversari di eventi che hanno plasmato il mondo in cui viviamo.
Il principale riguarda la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), che
provocò il tracollo del «socialismo reale» e l’imprevedibile fenomeno storico della
totale riconciliazione fra russi e tedeschi. Ma è probabile che la fine del conflitto in
Europa si rivelerà soltanto provvisoria. Le vecchie divisioni potrebbero riemergere,
anche se in forma diversa. Sebbene la guerra fredda sia ufficialmente cessata, la
verità è che di fatto non è mai finita. Quando l’Unione Sovietica si è ritirata, per sua
volontà, dall’Europa centrale e orientale, e ha dato via libera alla riunificazione della
Germania, i russi hanno pensato che la Nato non sarebbe stata estesa ai paesi e
ai territori dai quali se n’era andata. La nostra speranza era riposta nell’unificazione
col Vecchio Continente in una «casa comune» e nella creazione di un’«Europa libera
e unita». Queste aspettative non erano basate soltanto su una pia illusione: i leader
degli Stati Uniti e della Germania avevano promesso a Gorbac?ëv il non allargamento
della Nato.
Ma dopo i primi anni di speranza, l’Occidente si è dato al trionfalismo. Si è autoattribuito
il titolo di vincitore della guerra fredda. Le conseguenti fasi di allargamento
della Nato non rispondevano ad alcuna ideologia o logica militare, poiché
la «minaccia» rappresentata dall’Unione Sovietica era svanita. Restava solo una logica
geopolitica, protesa all’inglobamento delle ex repubbliche sovietiche e dei paesi
socialisti dell’Europa centrale e orientale nella sfera d’influenza politica ed economica
occidentale. Inizialmente, i nuovi membri della Nato dovevano conformarsi
ai criteri democratici e militari stabiliti, i quali però in seguito non furono più tenuti
in considerazione, visto che la Nato cominciò a sollecitare l’adesione anche
degli Stati più arretrati e corrotti.
LA GUERRA IN EUROPA NON È IMPOSSIBILE
2. Negli anni della guerra fredda, si pensava che la divisione dell’Europa si basasse
su un conflitto ideologico e militare. Ma ben presto si vide che una volta svanite
tali minacce, la vecchia geopolitica riprendeva il sopravvento, almeno per
quanto riguardava gli Stati Uniti e il Vecchio Continente. La Nato non integrò soltanto
nuovi soci, ma da alleanza difensiva anticomunista si trasformò in organizzazione
offensiva. Aggredì la Jugoslavia, annettendo il Kosovo. In seguito, gli Stati
Uniti, con alcuni paesi fiancheggiatori all’interno dell’Alleanza, attaccarono l’Iraq. E
la Nato sta ancora combattendo una guerra in Afghanistan, paese molto lontano
dal suo tradizionale raggio d’intervento. E ciò, bisogna ammetterlo, col consenso
della Russia. Eppure, l’espansione della Nato verso i nostri confini e il suo allargamento
a paesi che nutrono risentimenti storici contro di noi a causa di torti subiti
nei secoli passati hanno inevitabilmente fomentato atteggiamenti antirussi nell’ambito
atlantico. Non credo tuttavia che la Nato minacci la Russia né che potrà farlo
in futuro. Anzi, sono convinto che persino in epoca sovietica l’Alleanza atlantica
non rappresentasse una seria minaccia militare. Ma nonostante tutti gli sforzi per
migliorare la sua immagine, essa viene vista oggi da molti russi come un’organizzazione
più ostile che non negli anni Novanta, o anche prima.
Dal punto di vista geopolitico, l’allargamento della Nato è oggi la principale
minaccia per la sicurezza europea. Ed è proprio per questo che l’Europa non è ancora
uscita dalla guerra fredda. Sebbene il conflitto ideologico e militare d’un tempo
sia ormai lontano, al suo posto è subentrata una nuova contrapposizione fra la
Russia, da un lato, gli Stati Uniti e alcuni nuovi membri dell’Unione Europea e della
Nato, dall’altro. Per quanto la Vecchia Europa stia un po’ sulle sue, i paesi che ne
fanno parte sono ostaggio di questa costellazione. Così, dietro le quinte di un
mondo sempre più instabile e pericoloso, sta prendendo forma un nuovo conflitto.
Fra le classi dirigenti, compresa quella russa, resta la sensazione che la guerra
fredda non sia ancora tramontata, né si sia conclusa sul piano istituzionale e organizzativo.
Questo è forse il punto più importante: istituzioni come la Nato e l’Organizzazione
per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), create a suo tempo
in funzione della guerra fredda, vengono ora riutilizzate per rinfocolare il conflitto.
Nessun trattato di pace ha sancito la fine della guerra fredda, che resta perciò
aperta e sta spingendo oggi il mondo verso il passato.
C’è da sperare che quando gli storici riesamineranno gli eventi contemporanei,
l’attacco di Tbilisi all’Ossezia del Sud possa apparire come un episodio istruttivo
e che le vittime di quella guerra – ossetini, russi e georgiani – non siano morte
invano. Le truppe russe hanno travolto l’esercito georgiano. Soprattutto, sul piano
geopolitico hanno sferrato un duro colpo alla logica dell’ulteriore allargamento
della Nato, che se non fosse stato arrestato avrebbe prodotto inevitabilmente un’altra
grande guerra nel cuore dell’Europa.
3. Al momento, la situazione rimane aperta. Gli Stati Uniti e i loro alleati non
sono riusciti ad aprire un nuovo capitolo della guerra fredda dopo l’episodio dell’Ossezia
del Sud, se non altro perché la Vecchia Europa non l’avrebbe permesso.
A EST DI BERLINO
Qualsiasi tentativo di riavviarla è stato inoltre soverchiato dalla crisi economica e
finanziaria mondiale, che ha reso i vecchi atteggiamenti conflittuali più che ridicoli
alla luce delle nuove sfide che tutti dobbiamo affrontare.
C’è da sperare vivamente che questa crisi e l’avvento al potere di Barack Obama
facciano apparire in una luce diversa l’idea farsesca di una nuova guerra fredda,
anche se le sue radici istituzionali permangono e rischiano di avvelenare i rapporti,
di ostacolare la cooperazione strategica fra Russia e Occidente.
Una Grande Europa, nella quale includerei non solo la Russia ma anche l’America,
richiede necessariamente un nuovo trattato di pace e una nuova architettura
che archivino, oltre alla guerra fredda, anche la seconda guerra mondiale. Gli
accordi di Jalta e di Potsdam si sono rivelati soltanto intese provvisorie sulla spartizione
dell’Europa. La Russia ha proposto recentemente il superamento della situazione
attuale mediante un nuovo trattato paneuropeo sulla sicurezza, o meglio un
complesso di accordi che consenta di lasciarci definitivamente alle spalle gli orrori
del XX secolo. Se questo capitolo non verrà chiuso una volta per sempre, la storia
potrebbe di nuovo risucchiarci e risospingerci indietro. È necessaria pertanto una
nuova diplomazia che completi la costruzione di un sistema europeo di sicurezza
e sgomberi tutte le macerie del passato.
Vi sono varie opzioni per una nuova architettura europea, ma quella più convincente,
a mio giudizio, è un nuovo trattato paneuropeo sulla sicurezza collettiva
del continente, sottoscritto, da un lato, dai singoli paesi atlantici o dalla Nato e dall’Ue
e, dall’altro, dalla Russia e dall’Organizzazione del trattato sulla sicurezza collettiva
(Otsc). I paesi che non rientrano in alcun sistema di sicurezza attuale potrebbero
aderire a quest’accordo ottenendo in cambio garanzie multilaterali. Così
qualsiasi ulteriore allargamento della Nato verrebbe di fatto congelato. L’Osce
evolverebbe in Organizzazione per la sicurezza collettiva e la cooperazione in Europa.
E non sarebbe una cattiva idea se il futuro trattato riproponesse le disposizioni
dell’Atto finale di Helsinki sull’inviolabilità dei confini. Tenendo ben presente il
crollo dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, dovremmo cercare di impedire l’ulteriore
frammentazione degli Stati, come pure la loro riunificazione con la forza.
Kosovo, Ossezia del Sud e Abkhazia debbono essere gli ultimi Stati emersi in seguito
a guerre. Almeno in Europa, bisogna chiudere il vaso di Pandora dell’autodeterminazione.
Una volta lasciataci alle spalle l’eredità dei conflitti del secolo scorso, forse potremo
cominciare a parlare di consistenti riduzioni degli arsenali nucleari della
Russia e degli Stati Uniti, come pure di un coordinamento delle loro politiche in
campo strategico-militare. La cooperazione russo-americana nelle crisi, come in
Afghanistan o nel contrasto alla proliferazione delle armi di distruzione di massa,
avrebbe allora radici più profonde. Questa è la parte euroatlantica del sistema qui
prospettato, che deve necessariamente includere gli Stati Uniti. Nell’Europa propriamente
detta, un trattato di sicurezza collettivo dovrebbe rientrare nel quadro
dell’accordo istitutivo di un’Unione dell’Europa, ovvero di un’unione fra la Russia
e l’Ue sulla base di uno spazio economico comune, di un comune spazio energetico,
anche incrociando la proprietà delle aziende di produzione, di trasporto e di
distribuzione. Si deve creare uno spazio di libera circolazione delle persone e un
coordinamento delle politiche estere. Il rafforzamento e l’estensione dell’Organizzazione
per la cooperazione di Shanghai, il suo allargamento e il coinvolgimento
nei suoi lavori degli Stati Uniti e dell’Ue in qualità di osservatori, anche per riempire
i molti vuoti di sicurezza nell’area del Golfo Persico, integrerebbero il sistema
che abbiamo delineato. Particolare attenzione andrebbe riservata alla creazione di
un nuovo governo dell’economia e della finanza mondiali.
Tutto questo può apparire irrealistico. L’obiettivo principale è risolvere definitivamente
i problemi derivanti non solo dalla guerra fredda, ma anche dall’ultima
guerra mondiale. Bisogna por fine alla «guerra inconclusa». Forse allora, nel 2019,
anno in cui cadrà il centesimo anniversario del Trattato di Versailles, potremo finalmente
dire addio al XX secolo.

// Published in Limes (Italy) on October, 2009